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June 6, 2008

Hyon Soo Kim e’ nata nel 1956 in Corea del Sud, ma negli anni ‘90 si e’ trasferita in Germania, a Monaco di Baviera dove si e’ laureata presso l’Accademia di Belle Arti e attualmente vive e lavora.

 

In Italia ha esposto a Reggio Emilia nel 2005 nella Chiesa di San Pietro una mostra da titolo M.A.R.I.A., oltre 20 sculture coloratissime dedicate a tutte le madri del mondo che ha avuto uno straordinario successo. Successivamente l’artista e’ stata invitata da Daniel Spoerri a realizzare un lavoro per il Parco di scultura di Seggiano sul Monte Amiata, e ha vinto l’ottava edizione del Premio Ermanno Casoli.L’artista coreana parte dall’idea di rappresentare in modo semplice, diretto, ma estremamente forte delle forme o delle figure umane che si caricano di molteplici risultati. Nella serie di lavori M.A.R.I.A., di cui saranno esposte 3 sculture, sono caratteristiche l’uso intenso del colore e l’intensità drammatica, ma anche i suoi contenuti universali perche’ vengono rappresentate unitariamente tutte le razze del mondo e si sacralizza la maternità simbolo di unione di fratellanza. E’ il concetto di vita e di tutto cio’ che la contiene che e’ alla base del suo lavoro. Nella mostra di Bologna sono stati scelti anche dei recentissimi lavori in cui il colore viene azzerato, mesta la forma del contenitore, del recipiente, di una materia pronta ad accogliere la vita, ma la forma si fa piu’ assoluta, unica. In altre modalità e con una valenza quasi antropologica, si allarga il tema della donna e della madre come colei che contiene la vita, per spostarlo su di un piano piu’ assoluto e archetipo. Ma forse l’opera piu’ significativa e’ un lavoro a cui Hyon Soo Kim ha lavorato praticamente 20 anni ed e’ costituito da Dream of a Pillow, una figura che ricorda sia un grande scheletro, sia una forma totemica e animale. Si tratta di un lavoro di oltre 4 metri di altezza in cui l’artista ha cucito frammenti di stoffe contenenti simboli di varie culture orientali. E’ come se avesse voluto costruire un nuovo personaggio in cui fossero sintetizzate tante storie e tradizioni orientali. E’ una piccola summa di simboli, ma anche un’opera impressionante per mistero ed energia che diventa anche una complessa e affascinante installazione.

 

L’artista lavora anche molto con il disegno e soprattutto con il disegno a penna. Infatti molte opere su carta o su tessuto, e questa e’ una sua caratteristica, sono delle testimonianze della sua capacità di costruire con elementi minimali grandi universi disegni. La mostra quindi riparte dall’ultimo intervento in Italia dell’artista coreana e fa vedere i suoi lavori piu’ recenti in cui la drammaticità e l’intensità della sua poetica si aprono anche in direzioni nuove e piu’ assolute. Ma dimostra anche la versatilità di Hyon Soo Kim di affrontare tutti i linguaggi dell’arte, anche il light box o la performance, e di rimanere fedele ad una poetica di partecipazione totale ai grandi temi sociali e politici del nostro tempo con determinazione.         

                                                                       

Curata da Valerio Dehò, la mostra da Artsinergy riparte concettualmente da M.A.R.I.A., la personale che l’artista sud-coreana allestì nel 2005 nella navata centrale della chiesa dei Santi Pietro e Prospero a Reggio Emilia. Tre delle venti sculture lì esposte campeggiano infatti negli spazi della galleria bolognese: sono piccole madri, figure di donne con il bambino in grembo, forme antropomorfe appena abbozzate, composte dal meticoloso sovrapporsi di molteplici strisce adesive colorate. L’iconografia cristiana della Madonna con bambino (e, a volte, san Giovanni) riecheggia non solo nelle sculture, ma anche nei leggeri disegni d’ispirazione leonardesca che popolano caoticamente Mandala, la grande coperta orientale di seta azzurra appesa come uno “sfondo”. Anche nei light box che costituiscono la serie Vessel I (x2) è la simbologia religiosa occidentale a dettare forme e contenuti: un teschio con la bocca spalancata di fronte al contorno luminescente di un calice (un Graal contemporaneo) diviene simbolo di morte e rinascita. La gigantesca giara bianca di Vessel from Stillness, che campeggia all’ingresso, è un contenitore vuoto, un recipiente pronto ad accogliere e riversare, esattamente come il corpo femminile: materia naturalmente predisposta a “creare”, a concepire, custodire e generare vita, ad assumere, in un certo senso e per un periodo determinato di tempo, la funzione di Dio. Una grande figura totemica, una sorta di chimera composta da uno scheletro umano e da attributi animali si staglia lungo una parete per un’altezza di quattro metri. È Dream of a Pillow, l’opera più significativa di Hyon Soo Kim (Eui Sung, 1956; vive a Monaco di Baviera), a cui l’artista ha dedicato oltre venti anni di lavoro, cucendo e assemblando decine di frammenti di preziose stoffe orientali di differenti provenienze. Dream of a Pillow, nel suo essere somma di storie e tradizioni, sembra rappresentare l’inizio di una nuova religione universale, un misterioso idolo da adorare, un nuovo Dio a cui affidare i propri desideri e a cui rivolgere le proprie preghiere. Il senso del divino e del sacro, il concetto di vita nella sua accezione più religiosa e profonda, l’incredibile magia racchiusa nella continuità dell’essere emergono con forza dalle opere dell’artista coreana, dal suo ricorrere agli archetipi fondanti la cultura orientale e quella occidentale, dal suo mescolare costantemente retaggi, simboli e richiami. Per rendere universale l’unica vera materia che appartiene all’uomo: la vita. 

 

 

 

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