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Navid Azimi Sajadi elabora le proprie esperienze di uomo (iraniano d’origine ma occidentale d’adozione) prima che di artista, per dare vita ad un linguaggio artistico a lui peculiare capace di trovare una soluzione stilisticamente armonica alla dicotomia: “Oriente-Occidente”, tramite la realizzazione di opere e di installazioni ove i riferimenti alla tradizione islamica pongono radici profonde dalle quali fioriscono liane di raccordo per ri-collegarsi concettualmente ad un “Occidente” raffigurato attraverso l’elaborazione di una simbologia che guarda anzitutto al mondo greco-romano come modello di eccellenza estetica e formale al quale fare riferimento. Nelle intenzioni dell’artista c’è la volontà di creare un metalinguaggio trasversale tra opere esistenti riconoscibili storicamente a cui conferire una nuova collocazione semantica che porti il fruitore ad una rilettura delle medesime in una chiave differente.

 

C’è qualcosa di postmoderno, nell’idea di una storia ciclica che si riavvolge rivedendo il passato in una nuova visione ed aprendo nuove direzioni interpretative per un’analisi dell’oggi. Nell’appropriarsi dell’iconografia classica e nel rimetterla in scena, l’artista crea una teatralizzazione immobile, un frame postmoderno che di quest’ultimo forza i limiti. Questi assunti concettuali trovano piena espressione formale nelle installazioni appositamente concepite dall’artista per Plazzo Bevilacqua Ariosti. Nel chiostro cinquecentesco Navid realizzerà un’opera ambientale intorno al pozzo sormontato dalla scultura di un leone che l’artista andrà a collegare mediante otto liane di colore verde ad una struttura in mattoni (simbolo della Madre Terra) avente la forma di una stella ad otto punte a guisa di stella matriarcale, simbolo della santità femminile.             

 

Sullo scalone principale, un’opera scultorea raffigurante la Maddalena giacente, recentemente attribuita al Maestro veneto Antonio Canova[1], è mirabilmente inserita in una struttura di reminiscenza islamica cosiddetta “Muqarnas” [2] che la “contiene” concettualmente e stilisticamente al pari di un tempio-dimora ove la Maddalena giacente trova rifugio e conforto alla propria sofferenza. All’interno del Salone del Concilio, ove si tennero alcune sessioni preparatorie del Concilio di Trento, due XX pulsanti, quali raffigurazione del cromosoma femminile, poggiano sulla Madre Terra (i mattoni); di fronte, su di un tappeto iraniano a cinque punte, quale metafora del giardino dell’Eden[3], un grande uovo dorato, maestoso nella sua perfezione; un uovo “cosmico”[4], simbolo della creazione dell’universo e messaggio di speranza per tutti i popoli. I segni calligrafici sulla sua superficie, che rimandano formalmente alla scrittura persiana ma anche all’immagine del filo spinato oltre che ad un intreccio di pensieri e di percorsi, paiono sublimati, attraverso l’accostamento alla perfezione dell’uovo, andando a perdere la connotazione violenta ed intrisa di sangue che il filo spinato richiamerebbe e che pure concettualmente persiste, per coloro che hanno occhi per vedere ed il cui cuore continua a sanguinare.         

 

A chiusura del percorso, una Venere, di classica memoria, è sovrastata da un’aquila (simbolo del maschile[5]), la cui testa è capovolta e dunque la cui presenza, concettualmente prima che stilisticamente, è conseguente alla figura centrale (la Venere), simbolo al tempo stesso della forza, della bellezza ed armonia del femminile. Un reticolo di filo spinato racchiude e circoscrive l’installazione ed assurge a nota di denuncia verso una realtà di violenza e di sopruso alla condizione femminile che Navid Azimi Sajadi percepisce come determinante nella costruzione di tutto il suo pensiero e, di conseguenza, nell’elaborazione del suo percorso artistico.

 

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